Meloni: il fallimento del sovranismo e la costruzione del nemico come metodo di sopravvivenza
In principio era la lotta agli “infami”. Poteri forti, traditori, sistema. Erano i tempi dei comizi incendiari, urlati con le vene a fior di pelle, roba da far impallidire Hulk Hogan che si strappava la maglietta.
Ha scoperto, ad esempio, che i decreti legge
d’urgenza e il voto di fiducia sono strumenti meravigliosi per decidere senza
l'impiccio del Parlamento (ma Conte coi DPCM in epoca Covid era un criminale).
Ha capito che le accise e le tasse, un tempo
‘pizzo di Stato’, servono a pagare gli
stipendi, compreso il suo.
Ha rivalutato i poteri forti, brutti e
cattivi ma solo a giorni alterni: quelli emersi dai file dell’archivio Epstein,
con Bannon & C. impegnati a scardinare l’Europa, non si toccano perché
certe cose scottano più della fiamma nel simbolo del partito.
Perfino i pilastri della sua identità si sono
sgretolati davanti alla convenienza: l’essere madre si è fermato ai confini
geopolitici, permettendole di tacere sui bambini di Gaza, mentre l’essere
cristiana è evaporato davanti ai bombardamenti degli asili, degli ospedali e
degli edifici cristiani in Palestina.
C’è stata poi l’epifania del gender, ma non quello da lei tanto temuto e avversato, bensì il suo: l’essere donna, sbandierato in piazza come accessorio elettorale da smaltire raggiunto lo scopo. Meglio infatti farsi chiamare 'il' Presidente, perché l'autorevolezza in quel mondo ha ancora un timbro baritonale. In questa nuova gerarchia di valori, può aumentare l'Iva sui beni infanzia, si può progressivamente abolire Opzione Donna e tagliare la sanità, compresa la prevenzione del cancro al seno, che diventa superflua... un dettaglio rosa che distrae dalla vera vocazione del potere: la corsa agli armamenti. Le tette in effetti ingombrano quando devi indossare l'armatura.
Ma l’epifania più crudele è la fallacia del
sovranismo. Il termine suona bene: evoca indipendenza, petto in fuori, testa
alta, tricolore e capelli al vento.
In ‘Sovranistan’ siamo forti, bastiamo a noi
stessi e possiamo permetterci di essere autoreferenziali; nel mondo reale
invece si va a sbattere. Se a fare la voce grossa arriva quello più grande di
te, ti devi piegare e arrivi pure a dire che i dazi sono un'opportunità. La più recente dimostrazione è l’accordo tra Milei e Trump
per proteggere il finto cibo italiano prodotto all'estero: la nostra paladina
del Made in Italy al momento è silente. Un equilibrismo da circo, se non fosse
che sulla fune ci siamo noi.
Oggi la piccola fiammiferaia decide chi può mangiare, ma continua a vendersi ai suoi come se fosse in
trincea insieme a loro, nonostante la sempre maggior somiglianza con Mario Draghi.
Come si regge il castello? Con la sindrome da
accerchiamento.
Ogni critica è un complotto, ogni domanda un
agguato. E così il suo elettorato rimane in uno stato di perenne allerta alla ricerca del nemico.
E in questa costante "mobilitazione contro", oggi il
nemico è la Magistratura, complice un giornalismo sdraiato e i suoi sedicenti
fact checker, ridotti ad accanirsi sulle opinioni dei comuni cittadini
(curiosamente, solo quelli per il “no”), ma colpevolmente silenziosi su una
campagna referendaria fatta a suon di fake news così palesi da risultare
imbarazzanti. Non stupisce: se vivi la politica come esercizio di volontà
assoluta, un potere indipendente che applica le leggi e non i desiderata del
governo è intollerabile.
Licio Gelli diceva "la magistratura deve essere un ordine, non un potere: il potere è del Governo". Oggi il venerabile arrossirebbe di fronte a cotanta riforma: il suo piano realizzato sotto le mentite spoglie di una giustizia migliore.
La realtà è molto più semplice: nella degenerata idea di democrazia che i nostri condividono coi neri antenati, chi comanda non rende conto a nessuno.





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