Meloni: il fallimento del sovranismo e la costruzione del nemico come metodo di sopravvivenza

In principio era la lotta agli “infami”. Poteri forti, traditori, sistema. Erano i tempi dei comizi incendiari, urlati con le vene a fior di pelle, roba da far impallidire Hulk Hogan che si strappava la maglietta.


Poi è arrivato il 2022 e la realtà ha bussato a Palazzo Chigi con il piglio di un ufficiale giudiziario, scatenando nell'incendiaria una serie di epifanie a catena.

Ha scoperto, ad esempio, che i decreti legge d’urgenza e il voto di fiducia sono strumenti meravigliosi per decidere senza l'impiccio del Parlamento (ma Conte coi DPCM in epoca Covid era un criminale).

Ha capito che le accise e le tasse, un tempo ‘pizzo di Stato’, servono  a pagare gli stipendi, compreso il suo.

Ha rivalutato i poteri forti, brutti e cattivi ma solo a giorni alterni: quelli emersi dai file dell’archivio Epstein, con Bannon & C. impegnati a scardinare l’Europa, non si toccano perché certe cose scottano più della fiamma nel simbolo del partito.

Perfino i pilastri della sua identità si sono sgretolati davanti alla convenienza: l’essere madre si è fermato ai confini geopolitici, permettendole di tacere sui bambini di Gaza, mentre l’essere cristiana è evaporato davanti ai bombardamenti degli asili, degli ospedali e degli edifici cristiani in Palestina.

C’è stata poi l’epifania del gender, ma non quello da lei tanto temuto e avversato, bensì il suo: l’essere donna, sbandierato in piazza come accessorio elettorale da smaltire raggiunto lo scopo. Meglio infatti farsi chiamare 'il' Presidente, perché l'autorevolezza in quel mondo ha ancora un timbro baritonale. In questa nuova gerarchia di valori, può aumentare l'Iva sui beni infanzia, si può progressivamente abolire Opzione Donna e tagliare la sanità, compresa la prevenzione del cancro al seno, che diventa superflua... un dettaglio rosa che distrae dalla vera vocazione del potere: la corsa agli armamenti. Le tette in effetti ingombrano quando devi indossare l'armatura.

Ma l’epifania più crudele è la fallacia del sovranismo. Il termine suona bene: evoca indipendenza, petto in fuori, testa alta, tricolore e capelli al vento.

In ‘Sovranistan’ siamo forti, bastiamo a noi stessi e possiamo permetterci di essere autoreferenziali; nel mondo reale invece si va a sbattere. Se a fare la voce grossa arriva quello più grande di te, ti devi piegare e arrivi pure a dire che i dazi sono un'opportunità. La più recente dimostrazione è l’accordo tra Milei e Trump per proteggere il finto cibo italiano prodotto all'estero: la nostra paladina del Made in Italy al momento è silente. Un equilibrismo da circo, se non fosse che sulla fune ci siamo noi. 


Siamo di fronte a un esperimento unico: la sovrapposizione quantistica di due Meloni diverse. All'estero sfila la statista pacata e gioviale che sorride ai giganti. Appena varca il patrio confine, cambia maschera e riprende l'esercizio del potere: delegittimazione del dissenso, manganellate agli studenti e disprezzo per la stampa non sono segni di forza, ma lo specchio della sua impotenza esterna. Anche l’abolizione del reddito di cittadinanza è stata una sua guerra per procura: i penultimi contro gli ultimi, perché nella tossica narrazione dell'underdog, se non ce la fai è colpa tua. 

Oggi la piccola fiammiferaia decide chi può mangiare, ma continua a vendersi ai suoi come se fosse in trincea insieme a loro, nonostante la sempre maggior somiglianza con Mario Draghi.



Come si regge il castello? Con la sindrome da accerchiamento.

Ogni critica è un complotto, ogni domanda un agguato. E così il suo elettorato rimane in uno stato di perenne allerta alla ricerca del nemico.

E in questa costante "mobilitazione contro", oggi il nemico è la Magistratura, complice un giornalismo sdraiato e i suoi sedicenti fact checker, ridotti ad accanirsi sulle opinioni dei comuni cittadini (curiosamente, solo quelli per il “no”), ma colpevolmente silenziosi su una campagna referendaria fatta a suon di fake news così palesi da risultare imbarazzanti. Non stupisce: se vivi la politica come esercizio di volontà assoluta, un potere indipendente che applica le leggi e non i desiderata del governo è intollerabile.

Licio Gelli diceva "la magistratura deve essere un ordine, non un potere: il potere è del Governo". Oggi il venerabile arrossirebbe di fronte a cotanta riforma: il suo piano realizzato sotto le mentite spoglie di una giustizia migliore.


La realtà è molto più semplice: nella degenerata idea di democrazia che i nostri condividono coi neri antenati, chi comanda non rende conto a nessuno.

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