Utili ma sacrificabili: i servi sciocchi di Israele, Goyim a loro insaputa
Il boia è tornato e non deve più nascondersi, può agire alla luce del sole e si mostra col sorriso osceno e i brindisi a favor di telecamera. E ancora una volta l’Occidente si mostra per quello che è: complice, con il consueto silenzio (forse appena più imbarazzato del solito) e le critiche tiepide da salottino delle buone maniere. La brutalità, la morte dell’umanità, la restaurazione del patibolo su base etnica sono un errore non per la loro spietata bestialità, ma per il danno d’immagine a quella che continuano a definire l’unica democrazia del Medio Oriente.
Con queste prese di posizione, i lobbisti nostrani e quel "Campo Largo" che si finge illuminato continuano a scavarsi la fossa morale e politica, convinti di poter ignorare il ribrezzo di milioni di elettori che non accorderanno mai il voto a chi non ha il coraggio di affrancarsi dalla feccia lobbista pro-Israele. Perché è proprio a furia di silenzi e giustificazioni che siamo arrivati alla riedizione delle Leggi di Norimberga, dove la vita umana viene pesata sulla bilancia della razza e della religione davanti a un tribunale militare che giudica solo i palestinesi.
E se la Norimberga del 1945 servì a decapitare il vertice di un regime, la Norimberga del futuro dovrà essere molecolare. La macchia del genocidio dei palestinesi e dei crimini cui assistiamo oggi in Libano e in Iran non è confinata entro un solo stato ma è colata, globalmente, lungo i cavi delle agenzie di stampa, nei conti correnti dei lobbisti di governo e opposizione e nelle redazioni dei giornali asserviti.
Dovrebbe esserci un processo in ogni capitale occidentale per giudicare chi ha fornito la copertura morale, mediatica e materiale; un banco degli imputati per chiunque abbia definito "diritto alla difesa" l'infanticidio sistematico; un'aula per i politici che, pur sapendo, hanno firmato i contratti per le bombe.
Ci sarebbe una giustizia poetica, quasi divina, nel vedere un futuro "Processo di Gaza", una Norimberga 2.0: un processo celebrato tra le macerie, perché se il crimine è stato globale, la sentenza deve risuonare ovunque, ma il cuore della verità non può che battere lì, dove la terra non finirà mai di assorbire il troppo sangue innocente che è stato versato.
Dovrebbe esserci un processo in ogni capitale occidentale per giudicare chi ha fornito la copertura morale, mediatica e materiale; un banco degli imputati per chiunque abbia definito "diritto alla difesa" l'infanticidio sistematico; un'aula per i politici che, pur sapendo, hanno firmato i contratti per le bombe.
Ci sarebbe una giustizia poetica, quasi divina, nel vedere un futuro "Processo di Gaza", una Norimberga 2.0: un processo celebrato tra le macerie, perché se il crimine è stato globale, la sentenza deve risuonare ovunque, ma il cuore della verità non può che battere lì, dove la terra non finirà mai di assorbire il troppo sangue innocente che è stato versato.
I terroristi macellai come Ben Gvir oggi esultano indossando spille a forma di cappio, celebrando la morte con la stessa oscena meticolosità con cui i contabili del Terzo Reich spuntavano i nomi sulle liste dei deportati. La stessa logica da regime nazista oggi si riversa in Libano, dove Israele impone ai cristiani la delazione, minacciando di radere al suolo i villaggi di chi dovesse nascondere musulmani: dovrebbe ricordarci qualcosa, vero? L’obbligo di farsi Kapò per non finire bombardati.
Questo non ha nulla a che vedere con la difesa, che resta il paravento logoro dietro cui si nasconde il progetto messianico della Grande Israele la cui mappa, dal Nilo all'Eufrate, i soldati portano cucita sulle divise.
Oggi Israele è un regime teocratico militare in cui si pratica l’apartheid, in cui il fanatismo religioso occupa le istituzioni, in cui si usa il pretesto del terrorismo dopo averlo sistematicamente alimentato per decenni come arma di destabilizzazione: da Hamas foraggiato per indebolire l’OLP, fino alla vergognosa riabilitazione di Abu Mohammad al-Jolani, jihadista con una taglia da dieci milioni di dollari sulla testa, ripulito dai media occidentali perché funzionale allo smembramento della Siria e ai piani di espansione israeliana.
È un teatro dell'assurdo che dovrebbe provocare conati di vomito soprattutto a quei cattolici sionisti che difendono Israele come baluardo della civiltà cristiana: in Israele ai cristiani si sputa in faccia per strada e la figura di Gesù è oggetto di un disprezzo feroce proprio perché accusato di non aver portato la pace attraverso la forza bruta. È un’ideologia che usa l’Antico Testamento per giustificare le proprie azioni. Gli strenui difensori della fede cristiana ignorano che per l'Islam Gesù era un profeta santissimo da rispettare, mentre per i fanatici che oggi governano Israele è il simbolo di una mitezza da eradicare per far posto al culto della terra e dei carri armati. Perfino gli ebrei della Torah definiscono eretici questi sionisti che hanno sostituito Dio con la violenza, un idolo di sangue che tradisce millenni di spiritualità in nome di un suprematismo predatorio che divide il mondo tra eletti e "Goyim".
Non è un caso che questo termine (goyim) oggi riemerga così prepotentemente nelle cronache più nere del potere globale, dalla Knesset ai file di Epstein (a proposito, ce l’hanno fatta: abbiamo smesso di parlarne). La parola goyim indica la massa dei 'non eletti', un'umanità i cui diritti e la cui stessa vita sono sacrificabili: una massa da usare per il piacere dei potenti (come emerso dagli Epstein Files) o da spremere. Per il fanatismo israeliano, siamo tutti goyim: siamo utili finché inviamo soldi e armi, ma rimaniamo ontologicamente inferiori.
Difendere questo suprematismo è prima di tutto un atto di auto-umiliazione: stiamo avallando, come servi sciocchi, la costruzione di un mondo dove la nostra stessa esistenza è tollerata solo perché al servizio di un padrone che ci disprezza. La corda che oggi si stringe attorno al collo del palestinese è la stessa che, ideologicamente, è già pronta per chiunque non appartenga al ‘popolo eletto’.
E se ancora abbiamo difficoltà a chiamare questa cosa ‘Nazismo’, è solo perché non abbiamo il coraggio, o l’onestà, di ammettere che il mostro che credevamo di aver sconfitto ha solo cambiato lingua, bandiera e vittima, ma conserva lo stesso, identico sguardo del boia.
Difendere questo suprematismo è prima di tutto un atto di auto-umiliazione: stiamo avallando, come servi sciocchi, la costruzione di un mondo dove la nostra stessa esistenza è tollerata solo perché al servizio di un padrone che ci disprezza. La corda che oggi si stringe attorno al collo del palestinese è la stessa che, ideologicamente, è già pronta per chiunque non appartenga al ‘popolo eletto’.
E se ancora abbiamo difficoltà a chiamare questa cosa ‘Nazismo’, è solo perché non abbiamo il coraggio, o l’onestà, di ammettere che il mostro che credevamo di aver sconfitto ha solo cambiato lingua, bandiera e vittima, ma conserva lo stesso, identico sguardo del boia.

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