Fondamentalismo e autodistruzione: la giustizia poetica di un mondo senza di noi

Spesso mi chiedo se l'essere umano non sia altro che un bug evolutivo. 
Siamo l'unica specie sulla Terra la cui "evoluzione" ha portato a un peggioramento sistematico della qualità della vita dei propri individui. Abbiamo costruito città che ci isolano, tecnologie che ci controllano, sistemi politici che ci schiacciano e sistemi economici in cui la maggior parte delle persone lavora tutto il giorno per sopravvivere a malapena. 
Peter Wessel Zapffe, il filosofo del pessimismo evoluzionistico, spiegava questo paradosso con l'immagine del cervo gigante: una creatura che sviluppò corna così enormi e pesanti da finire per soccombere sotto il loro stesso peso ed estinguersi.
Noi abbiamo fatto lo stesso con la coscienza. Abbiamo sviluppato una sensibilità che ci permette di percepire il dolore del mondo senza però avere la struttura morale per farvi fronte. Il nostro bisogno di ancorarci a dogmi e verità ‘supposte’ (aggettivo o sostantivo, lo decida il lettore) ci porta inconsciamente a non riconoscere l’altro. 
Il fondamentalismo religioso ne è l'esempio più drammatico: non è un atto di fede, ma una reazione di panico. Più l'abisso del non-senso si fa vicino e spaventoso, più l'ancoraggio deve essere rigido. Il fondamentalista non "crede": deve rendere la sua verità assoluta e indiscutibile, altrimenti crollerebbe la sua difesa dal vuoto.
L'incapacità, ma soprattutto la paura, di dubitare e mettere in discussione è ciò che porta al fondamentalismo, che è quanto di più opposto al concetto di “fede”.

Insegno scienze a scuola e ad ogni ciclo c’è sempre un momento in cui gli alunni mi chiedono come mai, per spiegare la nascita dell’universo, io parli di Big Bang e la maestra di religione parli di Dio. Mi trovo quindi a spiegare loro cosa significhi la parola Fede: io sono atea, ma trovo l'idea della fede qualcosa di immensamente prezioso: credere in qualcosa che non puoi sapere se esista davvero. 
È un atto di speranza poetica, l’accettazione del mistero e del dubbio. 
Ma quando una sinagoga ospita eventi di reclutamento militare, quando il capo di uno stato in guerra si fa filmare circondato da persone “religiose” che gli impongono le mani sussurrando parole di distruzione del nemico, quando un politico in campagna elettorale brandisce e agita un rosario come se fosse un amuleto portafortuna, o quando, semplicemente, un calciatore entra in campo facendo il segno della croce (un gesto che dovrebbe riguardare l’eterno ridotto ad amuleto scaramantico), provo sollievo nell’essere atea, perché se non lo fossi mi sentirei profondamente offesa da questo continuo svilimento.
Dunque il fondamentalismo è l'esatto opposto della fede, perché non ammette il dubbio, non accetta credenze differenti e pretende, sulla base del proprio testo religioso, di decidere sulla vita degli altri. Non a caso è portato avanti esclusivamente da ultraconservatori reazionari di estrema destra che usano il dogma come uno scudo. 
E, parlando di religione, torniamo a un pessimismo antico, antichissimo: il primo omicidio (fratricidio, per giunta) della storia, quello di Abele, è avvenuto quando il mondo era popolato da appena quattro persone. La violenza non è un incidente di percorso: è il nostro codice sorgente.
Ce lo dice un testo sacro.
Per questo ho amato profondamente il film Bugonia: una donna, rapita da due complottisti convinti che

Emma Stone in una scena del film

sia un’aliena, fa un riepilogo spietato della storia umana, un monologo che ripercorre la storia di un’umanità evoluta da “semiumani degenerati”, le scimmie (SPOILER ALERT): 
“gli esseri umani hanno combattuto tra loro in un ciclo infinito di guerre, genocidi, distruzione ecologica. Hanno brutalizzato la Terra. Hanno rovinato le sue acque, devastato il suo clima, avvelenato se stessi con droghe e tecnologia. E anche di fronte a prove inconfutabili della propria autodistruzione, gli umani hanno continuato senza sosta. Persino io sono diventata più umana, più egoista e crudele, quanto più a lungo sono rimasta qui con la vostra specie. Ma gli umani non possono fare a meno di essere come sono. È nei vostri geni, che si riproducono nei vostri corpi e diventano sempre più forti. Noi siamo qui per eliminare quel gene suicida. Per salvare l'umanità. Ma anche per salvare la Terra da voi e dalla vostra specie.” 
Dopo queste parole, la fine del genere umano, non appare come una tragedia, ma come una forma di giustizia riparatoria: una pulizia necessaria. Il termine Bugonia rimanda alle Georgiche di Virgilio, col mito della nascita di uno sciame d’api dalla carcassa di un bue: la vita che germoglia dalla putrefazione, nel film, è la Terra che può tornare a respirare solo dopo la decomposizione del nostro modello di civiltà.

Non suoni, però, il determinismo genetico come l'ennesimo alibi, la giustificazione biologica per non assumerci la responsabilità delle nostre azioni. Se è "scritto nei geni", allora nessuno è colpevole.
Perché il punto dal quale siamo partiti è proprio la nostra coscienza: abbiamo la consapevolezza per capire che stiamo distruggendo noi stessi, opprimendo, uccidendo i nostri simili e avvelenando la nostra casa, ma siamo inseriti in una struttura biologica e sociale che ci spinge verso la resa all’egoismo. La "scelta" esiste, ma sarebbe una lotta dolorosa e sfiancante: per questo creiamo una narrazione di comodo per coprire un impulso brutale.
Chi non lo fa, chi rifiuta di ‘cedere ai geni di Bugonia’, è destinato a sperimentare un senso di impotenza e di solitudine tali da arrivare a ciò che molti definiscono “nichilismo”: io però lo vedo come un desiderio consapevole e compassionevole, una speranza che la natura si riprenda il proprio spazio, coprendo di verde i nostri grattacieli come in The Last Of Us, in cui la Terra torna, senza di noi, finalmente a respirare. 

Finché ci saremo noi, Caino continuerà ad abitarci e la gerarchia del dolore continuerà a dirci, tra le altre cose, quali morti piangere e quali invece possiamo archiviare con un’alzata di spalle.

Da parte mia, continuo a godere delle poche voci che, come fari nel buio, hanno ancora la voglia e la forza di lottare. 
Ma nel profondo resto in attesa dei grattacieli ricoperti dal verde.

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