Milano, 25 aprile 2026: non si cammina al fianco dei sostenitori di un genocidio, soprattutto se vengono per provocare

Il 25 aprile a Milano è stato teatro di una messinscena volta a delegittimare i manifestanti: la piazza si è trovata di fronte a un corpo estraneo composto da bandiere di Israele, degli USA, vessilli dello Scià di Persia e immagini di Netanyahu. Tutti simboli di oppressione, occupazione e suprematismo in aperto contrasto con lo spirito della giornata.


Il ruolo chiave è stato giocato da Eyal Mizrahi (noto alle 'cronache del vomito' per il suo irricevibile "definisci bambino") e da Emanuele Fiano, esponente del Partito Democratico; Mizrahi non è un semplice membro della comunità, ma un rappresentante di aziende israeliane di cyber-security e intelligence militare. 
Parlando con Fiano davanti agli agenti, lo ragguaglia dicendo "devono decidere se farci deviare o manganellare questi qua", riferendosi a una piazza composta da famiglie, anziani e giovani indignati dalla provocazione… “noi in ogni caso non ci spostiamo”, prosegue (ergo, manganellate pure); il democratico Fiano ovviamente approva e annuisce "assolutamente!"

Il tentativo di innescare incidenti risulta evidente: la speranza dei provocatori era ottenere cariche di polizia per poter poi denunciare una piazza violenta, ottenendo così la delegittimazione non solo di chi critica le politiche di Israele, ma della piazza antifascista per antonomasia. Un’operazione che avrebbe fatto gioco ai propagandisti, ma anche al governo, da sempre allergico a questa ricorrenza. Difficile non leggere in questa dinamica quanto meno una tacita intesa. Ma il piano è fallito, la piazza li ha contestati verbalmente e spernacchiati: niente di peggio, per dei propagandisti di professione, che vedersi negata la reazione violenta che avrebbe convalidato il loro vittimismo.

L’allontanamento dal corteo ha impedito al governo di incassare i tanto sperati titoli di giornale sulla piazza violenta.
A quel punto si è deciso di giocare la solita carta dell'antisemitismo. 
Emanuele Fiano ha infatti denunciato di aver sentito l’epiteto 'saponette mancate'.


Sia chiaro: se qualcuno avesse pronunciato davvero parole simili, sarebbe feccia avariata, indegna di quella piazza e molto più affine alla commemorazione di Dongo, peraltro giustamente finita nel letame. Tuttavia, il dubbio è d'obbligo: centinaia di smartphone hanno ripreso tutta la scena, minuto per minuto. Com’è possibile che, proprio di questo insulto, non esista traccia? È singolare che un’offesa così atroce sia diventata 'verità assoluta' solo sulla parola di chi cercava disperatamente un’uscita di sicurezza mediatica. La realtà è che il ‘vittimismo programmato’ era l'unico modo per oscurare l’accoglienza, gli applausi e gli onori che la piazza ha riservato agli spezzoni degli 'Ebrei contro il genocidio' e del ‘Laboratorio Ebraico Antirazzista’: la narrazione dei manifestanti antisemiti non avrebbe retto.

Proprio per sostenere tale narrazione si è abusato, ancora una volta, del vessillo della Brigata Ebraica. Vale però la pena ricordare un paio di particolari che spiegano l'insofferenza della piazza. Intanto, molti dei suoi effettivi confluirono nelle milizie della Nakba nel 1948; inoltre, il loro contributo militare in guerra fu tardivo e finalizzato solo a sedersi al tavolo dei vincitori e avanzare pretese sulla Palestina: i vertici sionisti infatti davano priorità alla creazione dello Stato rispetto al salvataggio degli ebrei europei. Il 7 dicembre 1938, durante una riunione del partito laburista israeliano, Ben Gurion pronunciò le seguenti parole: "se sapessi di poter salvare tutti i bambini ebrei della Germania portandoli in Inghilterra, o soltanto la metà di loro portandoli in Eretz Israel, sceglierei la seconda soluzione."

Presentarsi in piazza inneggiando a Trump e Netanyahu non è onorare la Resistenza, ma tentare di riabilitare una storia di suprematismo etno-teocratico e genocida.
Quanto accaduto a Milano non è antisemitismo, ma il rifiuto di camminare al fianco di chi appoggia l’oppressione e il nazismo di oggi... fatevene una ragione: il rifiuto del revisionismo storico passa anche da qui.

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