Data Center: il prossimo disastro naturale (annunciato) che la politica finge di non vedere
Capannoni industriali sterminati
stipati di server che lavorano senza sosta per elaborare miliardi di dati.
Queste immense infrastrutture sono i data center; sprigionano un calore così
devastante che, se non venissero costantemente raffreddati, i circuiti
fonderebbero in pochi minuti. Per evitarlo, necessitano di una continua
refrigerazione che richiede quantità astronomiche di energia elettrica e di
acqua, fatta evaporare per sottrarre calore alle macchine.
Con
il boom dell'intelligenza artificiale generativa, questo consumo si è
trasformato in un disastro ecologico. Negli Stati Uniti intere comunità fanno i
conti con un inquinamento idrico e acustico senza precedenti. Per costruire questi
data center, sono stati disboscati terreni ed è stato fatto ampio uso di
detonazioni per livellare il suolo roccioso. Le falde acquifere sono state contaminate,
come anche i pozzi artesiani dei privati cittadini, nei quali sedimenti e fango
si sono mischiati all’acqua pulita. Come se non bastasse, le acque con trattamenti
chimici usate per disinfettare i circuiti vengono sversate. A questo si
aggiunge il ronzio continuo e sordo dei ventilatori, che distrugge la fauna
locale e logora la salute fisica e mentale dei residenti.
Alle crescenti proteste di molte
comunità locali si è unita recentemente la mobilitazione di Erin Brockovich, che
ha lanciato una piattaforma di mappatura collettiva per permettere ai cittadini
di tracciare l'espansione di queste strutture. I dati emersi sono spaventosi:
un singolo data center può consumare fino a 19 milioni di litri d'acqua al giorno,
circa quanto una città di 50-60 mila abitanti. Non solo: per reggere l'enorme
richiesta di elettricità di questi impianti, le aziende energetiche sono
costrette a potenziare le reti, scaricando i costi di questi lavori direttamente
sulle bollette dei cittadini. Il fronte più caldo è attualmente in Texas, dove
un mastodontico progetto da 3 gigawatt a Sulphur Springs è già stato travolto
da proteste e cause legali per il devastante impatto che avrebbe sul territorio.
E mentre le big tech liquidano le
proteste parlando di ONG finanziate dalla Cina per rallentare il progresso
statunitense, questa stessa bomba ambientale sta per esplodere anche a casa nostra.
L'Italia è diventata la nuova terra promessa di questi giganti. Il cuore di
questa espansione è al momento l'area metropolitana di Milano, dove si
concentra il 90% dei data center italiani. E, se gli Stati Uniti hanno impiegato
dieci anni per vedere i danni ambientali, l'Italia rischia di subirli molto
prima.
Eppure
la tecnologia per fare le cose diversamente esisterebbe, ma si tratta di soluzioni
che hanno costi maggiori e richiedono tempo, dunque sarebbe rallentata la folle
corsa al profitto.
Ed è qui che il discorso si fa
politico: l’intelligenza artificiale ha potenzialità straordinarie ed è una
risorsa che ridefinirà la società, che lo si voglia o no.
Il punto non è combattere il futuro,
ma regolamentarlo affinché non venga edificato sulle macerie del bene comune. Da
anni assistiamo alla distruzione sistematica dell’ambiente con guerre, sfruttamento
indiscriminato delle risorse e ora i data center, mentre la politica si è
limitata a mettere in atto nei confronti dei cittadini una colossale operazione
di ‘gaslighting’, quella manipolazione che ribalta la colpa sulla vittima. Per
decenni la politica ha spostato il peso della crisi ecologica sulle persone
comuni (riciclo, alimentazione, consumi), tutelando deliberatamente sistemi
industriali e produttivi da sempre responsabili della stragrande maggioranza
delle emissioni globali.
Sì, anche le nostre ‘piccole azioni’
possono essere importanti, ma non se i colossi industriali possono vanificarle
in un secondo. Serve una dura regolamentazione politica che imponga vincoli
severi: la responsabilità deve partire da chi ha l'impatto maggiore, altrimenti
continuiamo a incolpare i cittadini perché le loro azioni quotidiane non
bastano ad arginare il disastro dei giganti.

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