Il panico per Dimona mette a nudo tutte le ipocrisie su una guerra costruita a tavolino
Nell’esatto momento
in cui un missile iraniano ha colpito a venticinque chilometri dal Negev Nuclear
Research Center di Dimona, di colpo la realtà ha squarciato tutte le narrazioni
occidentali, a partire dal grottesco doppio standard sui crimini di guerra.
Oggi sentiamo
Netanyahu blaterare di diritto internazionale e denunciare come crimini i
contrattacchi iraniani, dopo aver raso al suolo ospedali, scuole, case e
persino tendopoli a Gaza. Eppure, secondo lo stesso diritto internazionale, un
Paese aggredito come l’Iran ha il pieno diritto di difendersi. Nel frattempo
Israele sta esportando il "modello Gaza" anche in Libano: una
distruzione sistematica di cui i vertici israeliani arrivano persino a vantarsi
pubblicamente.
Ma le narrazioni propagandistiche che stanno cadendo sono anche altre. La sera del 21 marzo, l’IAEA (International Atomic Energy Agency) esprime in un post sul social “X” preoccupazione per i missili nelle vicinanze di Dimona: è una confessione senza precedenti.
Perché l’IAEA non ha mai emesso comunicati di allarme quando
Israele colpiva i centri di ricerca iraniani? Ecco la prima confessione: perché
sanno che lì non c'è l'atomica, sanno che il pericolo del nucleare iraniano è
un'emergenza mediatica costruita a tavolino per giustificare la guerra. Al
contrario, seconda confessione, tremano per Dimona perché sanno perfettamente
cosa c'è sepolto lì sotto: una polveriera atomica non dichiarata.
Il punto non è scoprire il 'segreto di Pulcinella' dell'arsenale israeliano, ma registrare il panico dell'IAEA per i missili iraniani. Il terrore di Rafael Grossi è dato dalla differenza tra il nucleare iraniano e quello di Dimona, che è la stessa che passa tra un sacco di polvere da sparo sparsa in un cortile e una granata con la spoletta già tolta.
In Iran si arricchisce uranio, un processo lento e monitorato di cui non è mai stata provata una finalità militare attiva. A Dimona si produce plutonio: ne basta una sfera grande quanto un’arancia per cancellare una metropoli. Mentre si scatena una guerra col pretesto che l’Iran possa un giorno costruire l’atomica, Israele possiede la Bomba H, una tecnologia mille volte più devastante. Ecco perché l'IAEA non lancia allarmi per i siti iraniani ma per Dimona: sanno che colpire lì non significa danneggiare una fabbrica, ma innescare un’apocalisse.
Nello scenario peggiore, un impatto diretto rischierebbe per onda d’urto di far esplodere l'intero arsenale di testate stoccate nel sito: una reazione a catena che libererebbe una nube letale su tutto il Medio Oriente, rendendo inabitabile l’intera regione per secoli.
Il terrore per questo scenario è reso evidente dall’invito dell'IAEA ad “osservare la massima moderazione militare, in particolare nelle vicinanze degli impianti nucleari”.
Ma esiste anche un aspetto connesso alla verità legale e alle conseguenze
fatali per Israele se questa dovesse emergere. Il silenzio internazionale è
infatti necessario per aggirare gli emendamenti Symington e Glenn, leggi
americane nate negli anni '70 proprio per proibire aiuti economici e militari
ai Paesi che sviluppano armi nucleari fuori dai trattati. Riconoscere
ufficialmente l’esistenza dell’arsenale nucleare di Dimona costringerebbe gli
Stati Uniti ad applicare le proprie leggi e tagliare quegli aiuti miliardari
che tengono in piedi lo stato di Israele, in particolar modo il suo apparato di
difesa interamente finanziato dai contribuenti americani. Qui il pensiero corre
a JFK, l’ultimo presidente americano che pretese ispezioni vere e sistematiche
su Dimona, scontrandosi con i sotterfugi di Ben Gurion.
La 'massima
moderazione' di Grossi non è solo un appello alla cautela, ma il timore che la
realtà rompa il lessico dell’ambiguità che tiene tutto in piedi. Il nucleare
iraniano è un problema creato a tavolino; quello israeliano è la reale
emergenza, non solo a livello di sicurezza dell’intera regione, ma anche per
l’enormità di un malaffare che si protrae, nel silenzio, da decenni.

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