Se l’impunità totale di Israele genera antisemitismo, perché l’Occidente continua a garantirla?
L’attacco alla sinagoga nella periferia di Detroit è l’ultima deflagrazione di una polveriera che l’Occidente alimenta da un secolo.
L’uomo responsabile ha perso l’intera famiglia la scorsa settimana in un attacco israeliano in Libano. Prima di colpire, ha pubblicato le foto della sua famiglia e dei suoi nipotini. Sui social un commento ricorrente è: "Can you blame him?", puoi biasimarlo? Commenti come questo ormai ricorrono spesso.
Sono
da stigmatizzare? Sì, senza dubbio.
Sono
frutto di antisemitismo? Non sempre, e su questo è necessario che iniziamo a
ragionare senza ipocrisie, non per legittimare l’odio ma perché, per
combatterlo, è indispensabile comprendere ciò che lo alimenta.
Quel “can you blame him?” è il fallimento di tutti. Nell’era della barbarie normalizzata, il dolore non è più un fatto umano. Sotto i video di Teheran gli islamofobi esultano per la "pioggia nera"; sotto le immagini delle macerie di Tel Aviv gioiscono altri.
Abbiamo smesso di vedere le vite.
Ma questo mostro che ci abita ha delle cause precise e dobbiamo dircelo chiaramente: i media hanno creato una gerarchia del dolore. Per mesi, dopo il 7 ottobre, abbiamo conosciuto ogni dettaglio degli ostaggi israeliani: nomi, foto, sogni, persino abitudini quotidiane.
Mentre
la politica pavidamente si nasconde, iniziano a farsi sentire alcune voci
coraggiose all'interno del mondo ebraico. Un avvocato attivista ebreo
americano, Aaron Regunberg, ha commentato su "X" l’attentato alla
sinagoga con parole da scolpire: “Legare l'onore e la reputazione del nostro
popolo al governo canaglia di uno Stato etnico non ci rende più sicuri. Al
contrario, sta rendendo gli ebrei americani più vulnerabili”.
Ora,
mentre l'Occidente vive di cicli elettorali di 4 o 5 anni, la strategia di
Israele è stata portata avanti per decenni, trasversalmente da ogni governo:
hanno costruito la loro intoccabilità usando come scudo retorico la tragedia
dell’Olocausto e contemporaneamente hanno reso i propri apparati indispensabili
per l’Occidente, dalla cyber-sicurezza all'intelligence.
La
parte più agghiacciante, oggi, non è l’evidente stato mentale di un singolo
leader, prossimo a un disonorevole tramonto, ma il silenzio degli altri, che
sanno di aver avallato un genocidio, sanno che rischiamo una guerra nucleare,
ma sanno anche che uscire dal coro segnerebbe la fine della propria carriera
(basti ricordare l’assassinio politico di Jeremy Corbyn).
Com’è possibile che in Europa solo Pedro Sánchez abbia avuto la schiena dritta per fare qualcosa?
Non possiamo certo pensare che gli altri leader non comprendano
quanto sia dannoso questo appoggio incondizionato.
Perché
permettono che l’economia europea crolli e che gli stati sociali esplodano in
nome dell’imperialismo di Netanyahu? Quali interessi stanno servendo, in
evidente conflitto con ciò che dovrebbero perseguire, ovvero il benessere dei
cittadini dei loro paesi? Sono ricattati?
Queste
domande assumono una rilevanza particolare alla luce delle provate influenze di
lobby come AIPAC o ELNET: esiste ormai un’estesa compromissione delle classi
politiche occidentali, portatrici di vulnerabilità che impediscono di dire No.
Un
sempre maggior numero di persone di fede ebraica inizia a dire che il problema
sta nelle politiche scellerate di Israele: perché allora continuare su questa
strada?
L’impunità
totale non genera rispetto, ma un odio destinato a montare: Israele ha già commesso atti imperdonabili, ma la politica e parte dell'opinione pubblica ancora stanno a guardare. Prima o poi Israele commetterà qualcosa di universalmente imperdonabile (che sia l'uso dell'atomica o un altro genocidio per la sete imperialista). E quando il tappo
della sopportazione salterà definitivamente (perché prima o poi salterà), non ci
saranno delazioni di stato, ddl liberticidi o pretestuose accuse di
antisemitismo ad arginare l'onda d'urto dell'odio su scala mondiale.

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